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Le rocce si trasformarono a causa di valanghe

acqua, terremoti, vento

e si corrosero diventando sempre più piccole

e la roccia diventò sabbia...

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Le montagne e la roccia

sono la madre della sabbia

K. Amatruda

The world where worlds meet

in Journal of Sandplay Therapy

SANDPLAY THERAPY

http://www.sandplay.org/wp/wp-content/uploads/kalff_doorway.jpg

La Sandplay Therapy, o Terapia con il gioco della sabbia, nasce da una intuizione della psicologa svizzera Dora Kalff (1904-1989), allieva di Carl Gustav Jung, e s’inserisce a pieno titolo nel solco della Psicologia Analitica di cui Jung è stato il fondatore. Essa può definirsi una metodica di psicoterapia analitica che utilizza le risorse creative dell’individuo, integrando il lavoro verbale con la produzione di immagini nei quadri di sabbia che permettono di contattare ed elaborare tematiche conflittuali arcaiche.

La Sandplay Therapy utilizza come materiale una cassetta, contenente della sabbia e numerosi oggetti. Nello spazio della sabbiera il paziente ha la possibilità di rappresentare non solo contenuti inconsci della sua vita infantile personale, ma anche contenuti riconducibili alle predisposizioni archetipiche primordiali teorizzate da Jung. Il vassoio di sabbia si pone come spazio libero e protetto all’interno del quale, dal confronto con gli elementi inconsci personali e transpersonali che possono trovarvi rappresentazione, scaturisce un processo di trasformazione psichica e uno sviluppo più armonico della personalità, in linea con le potenzialità dell’individuo.

Seguendo i contenuti che emergono dal paziente, lo psicologo analista facilita il confronto tra coscienza ed inconscio, favorisce l’integrazione psichica e il recupero del rapporto con il Sé individuale originario.

La Sandplay Therapy fornisce un linguaggio simbolico anche a chi non ha parole per esprimere il proprio malessere, consentendo di rappresentare il mondo interno così come si è costellato. In questo modo, l’attività creatrice dell’immaginazione strappa l’uomo ai vincoli che lo imprigionano nel “nient’altro che”, elevandolo al ruolo di colui che gioca: l’uomo, come dice Schiller, “è totalmente uomo solo là dove gioca”.